GIAPPONE 2017 - ASD Samurai Roma

Vai ai contenuti

Menu principale:

GIAPPONE 2017

SAMURAI IN VIAGGIO
GIAPPONE 2017

Dopo solo 2 anni dall’ultimo viaggio fatto in Giappone, ospiti del M° Otsuka nell’Hombu Dojo di Tokyo, la A.S.D. SAMURAI ROMA, vola ancora in Giappone alla scoperta delle origini del karate. Imprevisti ed impegni del Maestro si susseguono e lasciano me (Maurizio) da solo a rappresentare la Samurai Roma.

Prima tappa: Okinawa
Il 19 settembre 2017, dopo 12 ore di volo per raggiungere l’ aeroporto di Tokyo ed altre 3 ore di volo, sorvolando tutto il Giappone, arrivo a Naha nell’isola di Okinawa, la terra madre del Karate.



Fortunatamente ben due tifoni tropicali di notevole intensità avevano appena lasciato l’isola e dato spazio ad un cielo azzurro.
Il primo giorno ho visitato il centro di Naha con la sua vivacissima Kokusaidori, una via scintillante di negozi, bar, pub ed ogni altro tipo di divertimenti. A prima vista in effetti tutta questa modernità non lascia pensare ad un’arte antica e piena di storia.
Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la diversità di razze tra le persone. Coreani, cinesi, giapponesi, thailandesi, si fondono in una unica popolazione, a riprova di come la cultura di Okinawa sia stata influenzata dalle varie regioni geografiche che la circondano.
Anche se non sono un esperto di lingua giapponese ho potuto constatare una pronuncia più vicina al cinese così come i loro tratti somatici. L’ influenza cinese qui è molto forte. Anche il cibo e l’ambientazione dei locali ricorda molto le atmosfere della grande Cina.
Molto caratteristici i loro ristorantini dove si mangia pesce e carne cotti direttamente su un piccolo barbecue “okinawense” posto su ogni tavolo. I suoni ed i colori locali rendono tutto molto suggestivo. Centinaia di persone si muovono come dei formicai intorno alle innumerevoli bancarelle colorate. D’obbligo una sosta nel famosissimo negozio della “Shureido”.
L’umidità dell’isola è altissima in questo periodo di fine estate, bere è il pranzo che mi accompagna fino a sera.
Passata la giornata da turista mi aspettava una lezione di karate con il famosissimo M° Hokama Tetsuiro 10° Dan.
Al pensiero la notte prima dormo poco. La mattina con un taxi raggiungo il dojo. L’adrenalina è alle stelle, sto per entrare in un dojo di karate di Okinawa. L’atmosfera mi ricorda quella del film Karate Kid.
Fuori è una piccola palazzina gialla con i kanji del karate. Entrando vengo accolto dal Maestro ed alcuni suoi allievi. Il dojo è al piano terra mentre al piano superiore c’è il museo del karate. Stupendo! Si respira aria di antico, di originale. Quadri di Maestri, foto storiche risalenti al 1600-1700, vestiti antichi, cimeli storici e armi antiche appartenenti alla tradizione del “Kobudo”. Il tempo sembra essersi fermato a quando persone provenienti dalla Cina hanno portato con loro anche l’arte del kung fu Chan Na, l’arte dalla quale si è poi sviluppato la prima forma di karate conosciuta con il nome di “Tuite”.
La lezione è affascinante, e del tutto diversa da ciò che si pratica fuori dell’isola. In sostanza il Maestro, che parla inglese, mi spiega che il karate di Okinawa è una cosa diversa da quello che conosciamo noi. Ero consapevole e preparato a questa affermazione. I concetti principali che ho appreso sono molti e sconosciuti ai più.
Nel Karate di Okinawa, a differenza di quello giapponese, non esiste il concetto di sparring; l’allenamento prevede il rafforzamento delle parti delle mani e dei piedi che devono colpire. Il pugno è usato molto raramente, si usano di più le dita;
Si devono colpire i tsubo, cioè i punti vitali e vulnerabili oggetto della medicina tradizionale cinese, ma occorre molta pratica per poterli riconoscere; un avversario va neutralizzato provocandogli dolore che lo destabilizza;
Il karate nasce dall’esperienza di medici che osservavano i punti forti e deboli del corpo umano, gli effetti dannosi o di guarigione delle piante ed il comportamento degli animali. In sostanza nasce dall’osservazione della natura.
Ho percepito inoltre una certa conflittualità tra il karate originale di Okinawa e la reinterpretazione di quello giapponese, ma tengo a sottolineare che è una mia impressione e certamente la lingua non ha facilitato la comunicazione. Questo è anche il motivo per cui non c’è stata una totale trasmissione dei concetti e principi del karate, così come sviluppato ad Okinawa. Certi segreti e forme originali di karate sono rimaste una conoscenza locale.




La seduta di allenamento mi ha molto onorato visto che i partecipanti, oltre al Maestro Hokama 10° dan, sono Maestri di 5° e 6° dan che si sono prodigati tutti per darmi i loro insegnamenti e soprattutto per mettermi… al tappeto!
Prima di congedarmi dal Maestro Hokama gli faccio omaggio della maglia rappresentativa della nostra associazione, una delle poche associazioni italiane ad essere entrata in uno dei dojo più famosi di Okinawa.


Altra tappa suggestiva ad Okinawa è stata la visita al famoso Castello di Shuri.


Questo è il castello rosso che si vede spesso in foto di libri e riviste dedicati al karate. Essere qui è stato molto suggestivo. E’ una costruzione che trasmette tutto il fascino che la storia dell’antica Okinawa sa trasmettere. I drappi, le tappezzerie rosse e dorate incantano.
Il grande piazzale antistante il castello fa sembrare di essere uno dei tanti praticanti ritratti mentre si allenano.
E’ il momento di proseguire il mio viaggio.

Seconda tappa: Kyoto
Un volo di due ore mi porta velocemente a Kyoto, città impregnata del sapore antico dell’epoca EDO e dei Samurai.Kyoto mi ha dato subito l’idea di una città molto chiusa nelle sue tradizioni storiche . Le persone qui sono soprattutto di origine giapponese. Fieri della loro cultura che difficilmente condividono con altri. Qui è facile vedere le persone vestite con i kimono tradizionali. Famigliole intere girano nei parchi e nei vicoli come se fossero attori di un film storico.
Kyoto è stata una sosta dedicata soprattutto alla cultura giapponese più che al karate.
Ho visitato il magnifico Fujimi Inari, tante volte visto nei filmati di youtube. Praticamente un’intera montagna trasformata in tempio. Il tempio dedicato alla divinità “Inari”, nota come espressione di prosperità e fortuna.
Si sale in cima alla montagna percorrendo dei viali in salita delimitati da centinaia di “tori” rossi. Questi sono dei grandi pali di legno dipinti in uno sfavillante color rosso vermiglio e tutti incisi con bellissimi kanji. Ognuno di questi è stato donato da una ditta giapponese. La loro continuità fa un effetto stupendo e dona sacralità a tutto il percorso che si snoda in mezzo ad un’altrettanta coinvolgente vegetazione. Di tanto in tanto poi si vedono le statue rappresentative la divinità “Inari”. Il percorso termina in cima alla montagna da dove si vede tutta la città. Bellissimo!!!



Altro tempio molto particolare oggetto del mio soggiorno a Kyoto è stato il Kyomizudera. Un tempio affacciato sul lato di una collina e sostenuto da centinaia di palafitte. La maestosità di questo tempio si fa sentire già alla prima visita. Il gong dei monaci che lo vivono all’interno fa vibrare l’aria intorno a me. Ormai non mi sento più un italiano in Giappone ma sto vivendo la sensazione di essere un giapponese. Con le mie poche parole di inglese e giapponese e soprattutto con la fantasia da italiano, che emerge dal mio carattere solo quando mi trovo a mio agio, riesco a soddisfare qualunque esigenza.
La scelta del pranzo, obbligatoriamente giapponese, il rispetto di tutte le regole cittadine e la gentilezza con gli altri è ormai diventata normalità. Salgo le scale in fila sulla sinistra, faccio la fila per prendere la metro e per attraversare la strada, non mi stupisco più nel vedere persone che fumano solo in aree riservate gettando la cenere in appositi posacenere, mangio regolarmente con le bacchette, faccio sempre un inchino come gesto integrante di ogni saluto. Insomma la natura giapponese che è in me si è tinta sulla mia pelle. E’ quello che cercavo. Chissà, forse in una vita precedente sono stato un Samurai.
Kyoto è una città incredibile, alterna aspetti di modernità a momenti di estrema antichità. Le strade si alternano con le luci di sfavillanti vetrine di negozi alla moda a piccoli viottoli dal profumo antico, come ad esempio il quartiere Gion. Qui è facile vedere le famose “gheishe” e “maico” camminare velocemente strette nei loro kimono colorati e pettinature caratteristiche così come lo è il trucco del loro volto che ricorda l’aspetto di bambole. In questi vicoli decine e decine di locali caratteristici si susseguono in un fantastico alternarsi di colori, luci più o meno sfumate, odori inebrianti con un costante vociferare incomprensibile allo straniero.



 
Terza tappa: Tokyo
Giunge rapidamente il momento di riprendere il mio viaggio alla volta di Tokyo.
Il trasferimento lo faccio con il treno superveloce “Shinkasen”. Un treno incredibile, sembra un missile con la sua forma aereodinamica e color argento. Senza grandi problemi trovo il mio posto. Preciso come un orologio svizzero, (non capisco perché non si dica giapponese!), il treno parte ed alla velocità di 350 km orari raggiunge la capitale del Sol Levante, Tokyo.
Il mio obiettivo è vedere il famosissimo mercato del pesce; il più grande del mondo. So che per vedere le aste del pesce occorre venire alle 5 del mattino ma rinuncio per recuperare qualche ora di sonno già perse nei giorni precedenti ed arrivo tranquillo alle 10 del mattino. Lo spettacolo è comunque molto bello.
Mi addentro nelle vie e vicoletti che circondano il mercato vero e proprio e dove una moltitudine di bancarelle vendono pesce di tutti i tipi. La cosa più sorprendente è la quantità di pesce cotto all’istante e mangiato dai tantissimi passanti. Una fila di persone si accalca su una bancarella che vende ostriche fresche, aperte e mangiate all’istante. Io, uomo di mare, riconosco la freschezza di questa prelibatezza e non mi lascio sfuggire l’occasione. Eccezionale, l’ostrica più buona mangiata in vita mia e poi alle 10 di mattina non è da tutti i giorni!


Questa tappa doveva prevedere anche una lezione nell’ Hombu Dojo del M° Otsuka, ma a causa di suoi impegni negli USA non è stato possibile. Tuttavia il M° Otsuka mi ha suggerito e dato le credenziali per andare in un’altra sede della loro organizzazione. Il Budo Center Funabashi del M° Fujita.
Dopo aver percorso un’ora di treno vengo accolto da un allievo del Maestro che mi guida tra i vicoli per arrivare al dojo. All’arrivo vengo salutato in modo molto cordiale dal maestro e da tutti i suoi allievi.
Il dojo è spettacolare, tutto in legno e molto caratteristico. Gli allievi sono tutte cinture nere più o meno della mia età. L’aria si fa più solenne e vengo invitato dal Maestro a presentarmi davanti a tutti. Fortunatamente parlano tutti inglese... me la cavo.
La lezione è iniziata con un riscaldamento davvero particolare e mai visto prima.
E’ partita una musica latino americana e sulle note di ritmi molto coinvolgenti il Maestro ha guidato i movimenti alternando slanci di “Kizami tzuki” ad affondi in “Gyaku tzuki”, per passare a movimenti di “Tsuri ashi maegeri” e più in generale il movimento di anche etc. Inizialmente questa cosa mi è sembrata fuori luogo ma poi ho capito quanto invece fosse efficace per allenare il ritmo che devono avere le tecniche tirate soprattutto in kumite.
Terminato il riscaldamento o… lezione di ballo latino americano, abbiamo ripassato tutte le tecniche di base e poi i Kata Kushanku, Bassai, Chinto.
Nonostante l’ampio panorama di cinture nere presenti ero molto tranquillo e sicuro di me stesso. Ma per questo devo come sempre ringraziare gli insegnamenti del mio M° Tiziano Giannone e del M° Enzo Collamati con il quale ogni tanto faccio lezione.





Il mio viaggio in Giappone è terminato ma continuerà in Italia insieme a tutta la A.S.D. SAMURAI ROMA!!!
OSS!

Maurizio

18-28 settembre 2017




 
Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu